| ...e pensare che l'inizio fu secco, abrasivo,
netto come i bordi beanti di un taglio. Fu stracciata una fratellanza di fatti e di intenti, musicali e non. Perdersi, a quel punto, non fu più d'imbarazzo: ci fu un dondolio ubriaco. Dignitoso nella sua spocchia. Ma l'alito che tirava era lo stesso pesante. L'antidoto più prezioso fu la musica. Lo ricordo bene. Vennero periodi labili, di materia malleabile a fatica. Era troppo il desiderio di spaccare tutto: un'onda di emozioni spigolose, ma sciabordanti nella mescolanza di bisogno e rifiuto. Fortuna che a metà del 1998, d'estate, arrivò fulgida l'Idea: 1999. millenovecentonovantanove. uno-nove-nove-nove. In sè racchiusa la tormenta ed il tormento, avvinghiati troppo stretti per essere separati. Carne della stessa carne, sangue dello stesso sangue. Le due facce della medaglia. Non saprei dire, e se fossi capace, non so se vorrei. Ricordo ancora le mie dita sulle corde, sghembe e molli, abbracciate dall'incedere di basso e batteria. Ad accogliere un mormorio sommesso di desolazione, che verrà solo in seguito. Una falena attratta dalla luce sua carnefice. L'impeto è nato da lì. La rabbia la coccolo dentro, come una figlia, come un segreto indicibile. La paranoia va e viene. Come l'ombra di un dubbio. Se è vero che certi segni restano affissi, graffiati sul cuore, è perché qualcosa devono pur portare: una reazione, per quanto manchevole, è comunque l'uscita dalla resa. So di averlo fatto in musica. Non voglio sottolineare l'enfasi dei gesti: quelli sono per chi guarda. Non ci tengo a stimolare la compiacenza dei suoni: quelli sono per chi ascolta. Certe cose vengono da molto in basso o da molto in alto. Dipende da chi guarda e da chi ascolta. |